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American Psycho

American Psycho di Bret Easton Ellis

Patrick Bateman è giovane, bello, ricco. Vive a Manhattan, lavora a Wall Street, e con i colleghi Timothy Price, David Van Patten e Craig McDermott frequenta i locali piú alla moda, le palestre piú esclusive e le toilette dove gira la miglior cocaina della città, discutendo di nuovi ristoranti, cameriere corpoduro ed eleganza maschile.

Esclusività, eleganza, la cocaina e la pazzia

Secondo Evelyn Richards, la sua giovane, bella e ricca fidanzata, Patrick Bateman è «il ragazzo della porta accanto». Ma la vita del protagonista di American Psycho è scandita da altre ossessioni. Quando le tenebre scendono su New York, Patrick si trasforma in un torturatore omicida, freddo, metodico, spietato. Al punto da incarnare l’orrore.

Un viaggio senza ritorno nella follia degli anni ottanta americani

“Con American Psycho Bret Easton Ellis ha scritto il libro che meglio di ogni altro racconta gli anni Ottanta. Un decennio che, ora lo sappiamo, non è stato semplicemente una parentesi, ma l’inizio di qualcosa. Cosí, questo viaggio senza ritorno nella follia e nella spersonalizzazione a base di immagini patinate e ultraviolenza non ci parla solo di un «eroe» e del suo tempo, ma finisce per rappresentare noi stessi e i nostri giorni. E anche quelli che verranno.”

Giuseppe Culicchia

Un vuoto di valori riempito con violenza, con tremenda violenza

Questo libro è unico. Non voglio dire che questo libro è un capolavoro assoluto, soltanto che, prima che venisse scritto, non esisteva nessun testo paragonabile a esso. Il romanzo di Ellis è molto lungo, forse troppo nel suo dilagante dilungarsi nell’esposizione dell’orrore di alcuni passaggi. Questa eccessiva lunghezza che potrebbe tramutarsi nella sua pecca maggiore (sicuramente Stephen King lo avrebbe accorciato e di molto), in realtà fornisce al testo una maggior profondità, ottenuta attraverso la creazione di un sottobosco letterario che fa da sfondo al lettore e gli ricorda a ogni pagina la realtà delle nefandezze che turbano il rpotagonista in una sorta di catarsi psicologica. Ossessioni, violenza, rabbia, collera e ancora ossessioni, c’è un ripetersi, quasi allo sfinimento, delle demoniache ossessioni del protagonista. Moda, marchi, simboli, di pari passo con tali ossessioni abbiamo il mostrarsi completo e incessante del falò delle vanità americane, dove la società sembra formarsi soltanto sull’apparire e mai sull’essere. Una chiara estremizzazione dell’ambivalenza tra la forma e la funzione delle cose: l’innocenza viene stuprata, il fisico seviziato, la vita ridotta a uno sballo continuo, sempre in nome dell’apparire belli, forti, grandi, in due parole, alla moda. Successo nel lavoro come successo nella vita, le esistenze misurate con un calibro che legge e valuta il denaro, l’ambizione, la realizzazione. Non ci sono giri di parole, non ci sono specchi per le allodole: Ellis arriva al cuore del sistema e tramortisce il lettore con dei colpi duri e sfiancanti. Ci si troverà nella tentazione di dover saltare qualche pagina per la durezza delle scene raccontate, ci si troverà con un groppo in gola preludio a un conato di vomito. Ci si troverà sfiancati, distrutti, abusati.

Decisamente una lettura non semplice, un testo che non si può definire e che non ci si può limitare a consigliare o non consigliare. Questo American psycho di Bret Easton Ellis è un libro forte, crudo, è una esperienza pesante, tosta. La psicosi americana all’ennesima potenza, ma non si tratta del vuoto di una generazione, credo piuttosto che sia l’espressione sistematica delle turbe di immaginazione di un autore. Un autore che non si può tacciare di incapacità descrittiva o di poca fantasia, tutt’altro. Ecco che se si legge questo testo come un manifesto generazionale, come il poster degli anni ottanta americani fatti di yuppies senza scrupoli e cocainomani, si sarà traviati, deviati su un terreno quello della narrativa generazionale che, in realtà, non ha nulla a che fare con il libro di Ellis e che turberà il giudizio del lettore. No, American psycho è una altra cosa: non dobbiamo andare a cercare il messaggio che vuole comunicare l’autore, dobbiamo soltanto goderci ciò che ha scritto e lasciarci trasportare. Non è un nuovo grande romanzo di letteratura americana, ma se fa ancora tanto parlare di sè qualche motivo (buono) ci sarà.

Luca Ciavatta

  • Per me è stata una lettura difficile e non mi è piaciuto molto. Un libro che non consiglierei a nessuno.