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Elogio della pervicacia del genio

In effetti, non è male come criterio. Il genio, solitamente, viene frainteso o non visto. Il genio è l’atto di affrontare qualcosa in maniera nuova, come mai nessuno prima a fatto. La comprensione umana, l’intelletto, oltre le normali e fisiologiche disposizioni, l’iniziativa di trovare soluzioni originali a problemi oggettivi. Il genio è la resistenza, il tentare dieci, cento, mille volte oltre il fallimento.

Quell’unico e incontestabile evento detto ‘lampo di genio’

Essere buono vuol dire essere in armonia con se stesso. La discordia consiste nell’essere costretto a trovarsi in armonia con gli altri.
Oscar Wilde

Fare un lavoro creativo può voler dire fallire costantemente, può voler dire instaurare una routine di fallimento quotidiano, di insuccessi, di negazioni, di privazioni, per poter poi giungere a quell’unico e incontestabile evento che le persone comuni chiamano lampo di genio. L’essere scaltri è parte del genio, che spinge il proprio intelletto oltre nuove mete, alla ricerca di nuovi traguardi, alla scoperta dell’inesplorato. Ecco che il genio, molto spesso, viene a fare parte dell’invenzione. Inventare e creare sono, da sempre, parte del genio creativo.

Era soggetto a quella pervicacia che rende cieco un artista a tutto quanto lo circondi e non sia esca o motivo d’ispirazione.
Enzo Siciliano

Quando il cervello rallenta e non riesce a sfornare ciò che ci aspetteremmo da esso, l’unica risposta concreta che possiamo utilizzare è quella della pervicacia. Essere e resistere. Tentare, tentare, ritentare. Spingersi oltre il fallimento, spingersi oltre la barriera e insistere ancora e ancora. Ancora un fallimento e ancora un tentativo. Prima o poi, il fato si annoia, l’universo cerca il riposo e il non rinunciare porta direttamente a quell’attimo, quel lampo di genio.

Il genio non rinuncia e si spinge oltre il fallimento

Una sorta di guida, di archetipo su cosa gira intorno al mestiere di scrivere, passando per tutte le tappe che costellano la nascita e poi il consolidamento di uno scrittore. Dalla correzione delle bozze al rapporto con l’ufficio stampa, dalla realizzazione della copertina alla costruzione del caso letterario, dalla prima presentazione in pubblico al dorato mondo della Letteratura italiana.

Tu che stai leggendo queste mie righe sappi che nel presente libro userò la parola ‘scrittore’, almeno quando riferita a me, per pura e semplice convenzione, perché si sa che l’Italia pullula di scrittori, e chiunque abbia pubblicato non dico un romanzo o un racconto ma giusto una raccolta di poesie o anche solo una singola poesia si ritiene automaticamente tale. Anzi, di più: perché tra le Alpi e il Lilibeo esistono innumerevoli scrittori convinti di essere tali benché siano inediti, e questo nonostante da alcuni lustri si pubblichi ormai praticamente tutto.

E così vorresti fare lo scrittore di Giuseppe Culicchia è un libro che può tornare utile, un testo che può aprire gli occhi su un mondo che si crede dorato e che forse non lo è, ma non si tratta di un testo in grado di trasformarti in un genio, per quello avrai bisogno della pervicacia del genio. Qui si tratta soltanto di un saggio autobiografico, scritto in maniera essenziale e di facile comprensione, per raccontare ciò comunemente si crede terapeutico alle gioie e ai dolori dello scrittore. Un testo che può fornire risposte a quelli che credono, pensano o sperano di avere ‘quel’ sogno nel cassetto.

Il culto moderno dell’efficienza soffoca il vero genio

Vi era anticamente una capacità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell’efficienza. L’uomo moderno pensa che tutto deve essere fatto in vista di qualcos’altro e non come fine a se stesso.

Bertrand Russell, filosofo inglese , non era un grande estimatore del lavoro. Nel suo saggio del 1932, ‘Elogio dell’ozio’, ha espresso che, se la società fosse gestita in maniera migliore, le persone avrebbero necessità di dedicare molto meno tempo alle attività lavorative.

Tale prospettiva della giornata lavorativa darebbe diritto all’uomo a dispensare maggiormente il tempo per le necessità e le comodità elementari della vita. Il resto della giornata potrebbe venire dedicato alle attività personali e alle arti: ad esempio, alla scienza, alla pittura e alla scrittura.

Noi abbiamo preferito far lavorare troppo molte persone, lasciandone morire di fame altre. Perciò abbiamo continuato a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima dell’invenzione delle macchine; in ciò siamo stati idioti, ma non c’è ragione per continuare ad esserlo.

Elogio dell’ozio – Bertrand Russell parla di quando la mente lavorava senza sforza, di quando esplodeva attraverso la creatività. Oggi, il culto dell’efficienza rende l’uomo depresso, incapace di mostrare le sue intrinseche capacità. Ecco che una rilettura del modo di vivere, più che mai attuale, può segnalare il bisogno di ripensare la condizione di esistenza umana. Lavorare con lentezza, lavorare meno, potrebbe costituire un viatico per ricondurre l’uomo ad appropriarsi nuovamente del suo vero essere. La lezione di Bertrand Russell non passa mai di moda, anzi, con gli attuali tempi soffocati dal denaro e dalla produttività, torna più che mai ad essere attuale.