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Di innovazione, di obsolescenza programmata e degli utenti

Accelerare e promuovere i consumi sembra essere ormai uno dei dogma più importanti della società capitalistica. In particolare, in campo tecnologico, la tendenza risulta ancor più marcata con tecniche e sistemi che rasentano l’assurdo. Gli utenti Apple di lungo corso ricorderanno con estrema nostalgia i tempi in cui un aggiornamento software portava loro innovazioni ma, soprattutto, velocità e prestazioni su sistemi datati e quasi obsoleti. Se, un tempo, chi utilizzava sistemi operativi e prodotti di casa Microsoft era sempre costretto ad una continua rincorsa sul fronte dell’hardware per restare al passo coi tempi, per contro chi utilizzava sistemi Apple, pur dovendo spendere qualcosa in più per l’investimento iniziale, era ripagato con una durata del comparto hardware quasi infinita. Un computer Macintosh poteva durare, senza problemi, decenni e montare sempre l’ultima revisione del software di sistema e, fatto che oggi ha quasi dell’incredibile, ogni revisione successiva del sistema operativo portava maggior reattività e velocità anche sulle macchine più anziane. L’utente era sollecitato ad aggiornare il proprio hardware soltanto in casi estremi e in presenza di revisioni maggiori del comparto software, come ad esempio per la transizione dall’OS Classic a OS X oppure per la transizione dai processori PowerPC all’architettura Intel. Questo era il passato, da anni a questa parte la politica di Apple è decisamente cambiata e si è di molto uniformata a quella di Microsoft. Il motivo di tutto ciò? E’ ovvio, il profitto. E Apple, attualmente, è l’azienda con maggior cash in cassa. Segno che la politica applicata ha avuto decisamente successo e ha portato nelle casse della azienda decisi introiti.

Obsolescenza programmata nell’industria

Questa politica che funziona tanto a livello aziendale, ma che costringe gli utenti ad uno svenamento continuo, ad un progressivo esborso di denaro, passa sotto il nome di obsolescenza programmata. Si tratta, in economia e nell’industria, di una politica volta a definire il ciclo vitale di un prodotto in modo da renderne la durata della vita utile limitata a un periodo prefissato. Il prodotto diventa così inservibile dopo un certo tempo, oppure semplicemente fuori moda, in modo da giustificare nell’utente l’acquisto di un modello nuovo o differente. Una società si sente incentivata a ridurre la durata dei suoi prodotti quando ha molto potere sul mercato, magari una posizione di monopolio, e quando sa che le alternative al proprio prodotto sono poche oppure poco valide. E’ ciò che Apple ha fatto, nemmeno troppo velatamente, negli ultimi anni. Forte di stuole di cosiddetti fan-boy, Apple ha ben pianificato l’uscita di ‘nuovi’ prodotti, in realtà modelli praticamente identici con pochissime migliorie reali, consapevole del fatto che sarebbero stati venduti a grandi numeri. E non c’è crisi che tenga.

La triade infernale e il consumatore

Si tratta di un esempio soltanto, ma la realtà, in ambito tecnologico, è ben più complessa e variegata. Questa tendenza sembra inoltre inarrestabile e per l’utente finale, il consumatore, sembra non esserci pace. Per rimanere alla moda o, più semplicemente, al passo coi tempi, il consumatore è costretto a un esborso continuo di denaro. Oppure a delle infinite operazioni di compravendita. Tecnologia, computer e smartphone: l’attuale triade infernale. Dunque, per il consumatore non c’è scampo? Forse una via di uscita si prospetta all’orizzonte, forse qualcosa sta cambiando.

Se da un lato Apple ha invertito la sua politica aziendale in maniera negativa, da un modello che favoriva l’utente in ogni senso ad un modello che per favorire l’utente lo costringe ad un continuo esborso di denaro, dall’altro ci sono aziende e movimenti che stanno invertendo la rotta, passando ad un modello di business che predilige l’utente, l’innovazione, la produttività, senza costringere però ad un progressivo investimento economico per poterne usufruire. Sistemi aperti e liberi che liberano l’utente da assurdi vincoli, sistemi liberamente modificabili e migliorabili, sistemi che migliorano le prestazioni e la produttività anche su macchine e apparecchi considerati già obsoleti.

Un cambiamento di rotta auspicabile

Linux nel campo dei sistemi operativi, Android nella telefonia e nei dispositivi mobili, Google per la tecnologia in generale. Senza dimenticare che Apple, con l’ultima incarnazione di Mac OS X, sembra, almeno nel comparto Macintosh lato software, aver nuovamente invertito la rotta, fornendo un sistema operativo in grado di ottimizzare e velocizzare anche macchine più anziane; il battistrada dell’innovazione pro utente lo stanno facendo altri. Google ha appena messo in vendita il nuovo smartphone Nexus 5: si tratta di un signor telefono che nulla ha da invidiare all’ammiraglia di casa Apple e che costa la metà, ma la novità più importante è un altra, è Android Kitkat, l’ultima versione del sistema operativo per smartphone e dispositivi mobili. Google, per la prima volta, ha lavorato sul sistema per renderlo più performante anche su dispositivi meno potenti, il grosso del mercato Android, e più obsoleti. Apple con l’ultimo aggiornamento di iOS7 ha tagliato fuori numerosi dispositivi, castrato alcune caratteristiche su quelli meno potenti e, in generale, mandato il messaggio ai suoi utenti che è venuto il momento di acquistare un telefono nuovo. Google ha fatto l’opposto, cercando di invogliare gli utenti ad aggiornare anche se in possesso di dispositivi anziani o poco potenti, e, se proprio in condizione di mancanza di prestazioni, ha offerto loro un signor telefono ad un prezzo onesto.

Nexus 5 32 gb

Nota personale

Da utente Apple di lunga data, non posso che apprezzare ciò che Google sta facendo e la politica che ha intrapreso, con la speranza che spinga quante più aziende in campo tecnologico a rivedere le loro politiche di obsolescenza programmata e di mero profitto, in favore di posizioni più user-friendly. In particolare, mi auguro che Apple riveda completamente la sua attuale politica economica e aziendale, e che torni ad essere quel battistrada di innovazione e sogni che era una volta. La speranza è quella di tornare a comprare un prodotto Apple in grado di essere funzionale e produttivo per anni, decenni, e di non essere più costretti a doverlo cambiare programmaticamente per poter usare l’ultima versione del software o la particolare funzione. Vorrei rivedere la Apple di una volta, ma, se ciò proprio non dovesse accadere, spero che almeno Google, e magari anche qualcun altro, continui con questa politica.

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Luca Ciavatta