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Semplicità volontaria, downshifting e minimalismo

Semplicità volontaria è un orribile neologismo utilizzato per definire ciò che, principalmente nel mondo anglosassone, viene chiamato downshifting – parte integrante del più vasto concetto di simple living, del vivere in semplicità – ovvero la scelta di giungere ad una libera, volontaria e consapevole autoriduzione degli impegni lavorativi, ovvero un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero. In pratica, lavorare meno, vivere di più.

The American writer Kurt Vonnegut used to always title his talks “How to Get a Job Like Mine” and then proceed to talk about whatever he felt like. I’m in a bit of the opposite situation. I was told I could talk about whatever I felt like and I decided that, instead of pontificating for a while about the future of the Internet or the power of mass collaboration, the most interesting thing I could talk about was probably “How to Get a Job Like Mine”.

Questa è la trascrizione di un discorso che Aaron Swartz ha fatto nel 2008. Aaron era un genio, un leader di pensiero e un convinto sostenitore della condivisione e della libera diffusione di idee e di informazioni. Un innovatore della cultura aperta. Una delle ragioni che ha sempre sostenuto è quella della semplicità: nella fruizione delle cose e nella loro produzione. Semplicità alla base di tutto.

Semplicità e minimalismo

Semplicità e minimalismo

Paradossalmente, le attuali condizioni lavorative, evidentemente precarie e fragili, portano forzatamente verso il downshifting. Abbiamo lavori incerti, genuflessi alla flessibilità e sovente veniamo sfiancati dall’incertezza esistenziale e dalla depressione. Ma se guardassimo il bicchiere mezzo pieno? Se cambiassimo prospettiva?

Posto come requisito fondamentale quello di riporre nel cassetto i sogni di carriera e ricchezza, possiamo recuperare tutta questa flessibilità in modo da fare una quantità di cose che, obbligatoriamente, non faremmo se avessimo il posto fisso. Possiamo anche rivalutare completamente il concetto di ozio e dedicarci ad esso con infinito gaudio.

Un cambiamento a lungo termine del proprio stile di vita, una decrescita forzata che non porta altro che benefici alla nostra esistenza. Lavorare meno è una condizione naturale di questi tempi, guadagnare meno ne è una conseguenza altrettanto naturale e, per un chiaro sillogismo, la scontata conseguenza di tutto ciò è che andremo a consumare meno e a inquinare meno. Lo so, è un’imposizione e non una reale scelta di vita, ma se smettiamo di vederla in quest’ottica, non potremo che trarne delle cose buone.

L’insostenibile crescita del nostro essere

Non è una novità di questi tempi, tutt’altro che recente, già negli anni settanta filosofi come Jean Baudrillard teorizzavano la necessità di decrescita e l’insostenibilità, a livello individuale e globale, dei ritmi di sviluppo del mondo moderno. I movimenti hippies avevano compreso il tutto e lo divulgavano con metodi forse poco ortodossi, e, attualmente, sono i pensionati che se la passano meglio, quelli che hanno ancora la mente lucida.

Sono stanco di vedere facce femminili ritoccate, tette strabordanti dalle scollature in concorrenza, culi in mostra, tacchi, trucchi fetish e gesti hard da donnacce, ormai non più distinguibili da quelle del mestiere. Voglio vedere donne con la loro femminilità nei gesti morbidi e gentili, nei sorrisi aggraziati, nelle movenze seducenti, ma accennate, dalle parole dolci e decise allo stesso tempo. Dai pensieri originali e nuovi. Vorrei vedere donne indipendenti, non succubi dell’uomo a cui immolano la propria dignità, femmine dai cuori di ghiaccio fuso, compagne e amiche dell’uomo, libere e sincere. Vere.

Come poetizza Charles Bukowski, anche nel proprio aspetto non guasta basarsi su semplicità e minimalismo. Lasciamo ciò che è pacchiano a chi è alla ricerca del troppo e del di più, a chi vuole farsi notare.

Viviamo in una cultura dove una delle più grandi disgrazie sociali è non avere un parere, così spesso formiamo le nostre “opinioni” attraverso impressioni superficiali o idee prese in prestito da altri, senza investire il tempo necessario a comprendere realmente. Il pensiero e la coltivazione di una vera convinzione richiedono tempo ed è necessario altro tempo per consentire alle idee di distillarsi e di diventare chiare, delineate e vivide.

Cambiare idea, cambiare vita

L’attuale società invece impone l’esatto contrario: avere un’idea e averla subito. Siamo costretti ad avere opinioni rapide e immediate a tal punto da inventarle o da prenderne in prestito da quelle altrui. Asserendo queste opinioni, ci togliamo dal peso di non averne, le indossiamo e ci aggrappiamo ad esse come ad ancore di salvezza per la nostra realtà immaginaria. Siamo arrivati al punto di trovare enormemente disorientante il dire semplicemente: “Non lo so.“ E’ difficile e arduo da dire, ma infinitamente più gratificante e onesto. Ammettere, capire, cercare di essere nel giusto, senza mentire o inventare o copiare. Anche se questo significa cambiare idea su un argomento, una ideologia, o, soprattutto, su sé stessi. Difficoltoso, ma non impossibile. Le opinioni si formano, non sono insite nelle persone ed ecco che allora passare dal consumismo sfrenato al downshifting non è più una chimera.

Minimalismo e downshifting

Minimalismo e downshifting – Wallpaper di autogen

Rivedere le basi della propria vita: meno spazio al lavoro e più a se stessi. Cercare di portare avanti un’esistenza ecocompatibile, dedicarsi maggiormente alla sfera affettiva e, magari, essere più creativi. Assaporare meglio i sapori, soffermarsi a comprenderli. Risparmiare, evitare lo shopping inutile, vivere meglio e in modo più sano. In due parole, riequilibrare la propria esistenza alla ricerca di una felicità vera e non fittizia.

Luca Ciavatta